Il Martirio



Il Messaggero di Allah disse: “Sopra ogni bene ne esiste un altro, all’infuori del martirio sul sentiero di Allah, sopra il quale non v’è alcun bene” {Bihàru-l’anwàr 100: 10}
Uno degli argomenti recentemente più discussi, sia nel mondo islamico sia non islamico, è sicuramente la questione del martirio o shahàdah.
Ash-shahíd è uno dei novantanove nomi (attributi) di Allah, una manifestazione del Suo essere. La shahàdah è una manifestazione divina nella quale il vero credente mostra il suo amore per Allah, e sfocia in un’unica espressione dove si annulla ogni rapporto uomo-Dio: questi diventano una cosa sola.
Similmente la jihàd ha un significato spirituale e non meramente materiale: essa è lo sforzo verso la restaurazione dell’ordine naturale e dell’armonia universale, a un livello umano interiore ed esteriore. Il combattimento acquista dunque un valore metafisico nel quale ogni sorta di percezione individualistica viene eliminata, e il martirio diventa il centro nel quale lo stato di fanà (annullamento in Allah) risiede nella sua completa realizzazione: “E non dite che sono morti coloro che sono stati uccisi sulla via di Allah, ché, invece, sono vivi e non ve ne accorgete” {Corano II: 154}
Molti sono stati tratti in inganno da un versetto del sacro Corano nel quale viene proibito il suicidio: “Non uccidetevi con le vostre stesse mani. Allah è misericordioso verso di voi” {Corano IV: 29}
Siccome Allah è misericordioso verso di noi, è ovvio che proibisca la violenza esercitata sugli altri, così come quella su noi stessi. Secondo alcuni, il sopraccitato versetto si riferisce non solo al suicidio diretto, come comunemente lo si intende, bensì anche a tutti gli atti che uccidono lentamente l’individuo come, ad esempio, fumare o altri vizi dannosi all’organismo (così come allo spirito).
Negli ultimi anni, soprattutto grazie all’influenza che la Rivoluzione Islamica in Iran ha avuto sul mondo musulmano, le operazioni di “martirio cercato” contro l’invasione coloniale sionista hanno giocato un ruolo fondamentale nella lotta contro l’Oppressore. Credenti con addosso materiale esplosivo, al sacro grido di “Allahu Akbar”, hanno colpito sistematicamente gli obbiettivi del nemico sionista distruggendone i progetti, terrorizzandolo a tal punto che per le strade dei territori occupati le forze d’ordine sioniste scappavano terrorizzate al solo lancio di un’arancia scagliata come scherzo dai ragazzini della regione. Tanto si è detto su questo sistema, il quale ha distrutto psicologicamente (e in alcuni casi anche militarmente) il nemico, che fino adesso sembra l’unico in grado di reagire adeguatamente all’ingiustizia in Medio Oriente.
Spesso viene mossa la seguente obiezione a queste sacre operazioni di martirio cercato: “Come possono esser considerate islamiche delle operazioni che inducono al suicidio?”. La risposta è chiara e semplice: tali azioni non possono essere definite come suicidio. Ciò è spiegato anche nel sacro Corano: “Allah ha comprato dai credenti le loro persone e i loro beni [dando] in cambio il Giardino; [poiché] combattono sul Sentiero di Allah, uccidono e sono uccisi. Promessa autentica per Lui vincolante, presente nella Tawràh, nell’Injil e nel Corano. Chi, più di Allah, rispetta i patti? Rallegratevi del baratto che avete fatto. Questo è il successo più grande” {Corano IX: 111}
Comunque è certo che il versetto IV:29 non può riferirsi al martirio cercato del credente devoto. Degno di nota è infatti il caso dell’imam Alì (A), quando trascorse la notte nel letto del sommo profeta Muhammad (S) con l’intento di sacrificare la sua vita per lui, poiché sapeva che un gruppo di miscredenti stavano complottando per ucciderlo. Riguardo a tale vicenda Allah fece scendere il seguente versetto: “Ma tra gli uomini ce n’è qualcuno che ha dato tutto se stesso alla ricerca del compiacimento di Allah” {Corano II: 207}
A questo punto, ci si potrebbe chiedere: per quale motivo allora il sublime Corano ci dice di non ucciderci con le nostre stesse mani? In verità, il Corano vieta all’uomo qualsiasi tipo di uccisione ingiusta: “E non uccidete senza valida ragione coloro che Allah vi ha proibito di uccidere” {Corano XVII: 33}
Uccidere se stessi è indubbiamente haràm (proibito), e dal momento che la jihad e la shahàdah sono entrambi precetti islamici, non possono per definizione includere il suicidio, severamente proibito dalla sacra religione islamica.
L’imam Sàdiq (A) narrò una vicenda molto utile per capire quanto abbiamo detto finora, citando le parole di un “mujàhid fi sabili-Llah” di nome Aslam: “Partecipammo alla guerra di Nahawand. I musulmani ordinarono le proprie schiere e il nemico si dispose di fronte a noi. Non avevo mai visto schiere così folte e lunghe. I Bizantini si disposero con le spalle alle mura della propria città e si prepararono a combattere. In quel momento un uomo lasciò le schiere musulmane e attaccò il nemico. Le gente disse: ‘La ilaha illa-Llah! Si è rovinato con le sue stesse mani! [riferendosi al versetto in esame]’. Abu Ayyub Al-ansàriyy disse allora: ‘Voi sostenete che questo versetto riguarda chi ha attaccato il nemico alla ricerca del martirio, mentre in realtà così non è, anzi esso è stato rivelato per [ammonire] noi, che eravamo impegnati ad aiutare l’Inviato di Allah, avevamo abbandonato le nostre famiglie e i nostri beni, senza però mai preoccuparci di correggerci, finché non siamo andati in rovina. Dopo abbiamo deciso di non aiutare più il Profeta, e questo per mettere a posto le faccende della nostra vita; fu allora che discese questo versetto… Questo versetto vuol dire che se vi rifiuterete di aiutare l’Inviato di Allah e ve ne starete nelle vostre case, vi sarete rovinati con le vostre stesse mani, attirando verso di voi l’ira divina. Questo versetto voleva dunque ammonire noi che avevamo deciso e annunciato che saremo rimasti a casa. Questo versetto vuole aiutarci a combattere contro i nemici dell’Islam; non è stato fatto discendere per ammonire chi attacca il nemico per indurre i propri compagni a fare altrettanto, a cercare il martirio combattendo sulla via di Allah’” {Maqtal dell’imam Sàdiq (A)}
Abbiamo detto che lo sforzo dell’Islam è una lotta di tipo spirituale e metafisico, non mondano. Dunque, una persona realmente pronta al martirio ha sicuramente raggiunto un certo livello di maturità spirituale al quale non tutti hanno la grazia di accedere. Egli ha ben poco da dividere col mondo e ogni sua azione non è più sua bensì di Allah. In definitiva è Allah che agisce tramite il Suo servo: “Non siete certo voi che li avete uccisi: è Allah che li ha uccisi. Quando tiravi, non eri tu che ti tiravi, ma era Allah che tirava, per provare i credenti con bella prova. In verità Allah tutto ascolta e conosce” {Corano VIII: 17}
Il musulmano inizia il suo cammino interiormente, e il martirio è l’apice di questo cammino. Quando realizziamo noi stessi, tutto ciò che facciamo diventa divino, un riflesso di Allah. Niente del mondo trova un significato valido per il martire, ed è per questo che ogni suo peccato precedente viene cancellato. L’imam Sàdiq (A) disse: “Allah non farà conoscere, a chi è caduto martire sul Suo sentiero, nulla dei peccati che ha commesso” {Al-kàfi 5: 54}
Possiamo quindi considerare il martirio alla stregua della più sublime lezione di irfàn, nella quale Allah è l’artefice dell’azione stessa. Il martirio non può essere ricercato dal proprio io, e non è quindi classificabile in quanto conseguenza di una situazione psicologica negativa né, tanto meno, come atto che mira all’esaltazione personale. Il martire è colui che ama Dio e rinuncia a ogni bene materiale per Lui. Egli continua a vedere nelle cose del mondo la Sua luce, ma farà di queste cose il mezzo per raggiungere pienamente questa luce.
Si dice che nel tragico avvenimento di Ashurà, l’imam Hussayn (A) durante il suo martirio vedeva solo Allah: è questo lo stato nel quale avviene la testimonianza della shahadah. Ashurà è infatti la massima espressione del martirio alla quale tutti i sinceri martiri guardano come manifestazione esemplare della resistenza contro il tiranno, con in vista la felicità eterna: “Combattete sulla via di Allah, e sappiate che Allah è Colui che ode e sa” {Corano II: 244}