HUSAYN E LA STAZIONE DEL MARTIRIO



HUSAYN E LA STAZIONE DEL MARTIRIO

 

 

 

Tra le stazioni dell’intimità divina, il luogo dell’Imam Husayn (A) è per antonomasia quello del sacrificio e del martirio. Lo stesso Sacro Corano è assai esplicito a riguardo della dignità dello stato spirituale di coloro a cui Iddio ha voluto concedere l’eccelso privilegio di morire martiri: esso ci dice che costoro vivono di una vita non percepita dai nostri sensi carnali e mortali (II, 154). Ora, se è evidente a questo riguardo che nel suddetto versetto lo sforzo “sulla Via di Dio” ha un senso del tutto generale, giacché il fatto che non tutti gli Inviati ed in genere gli Approssimati, gli Intimi di Dio, siano morti di morte violenta, non ne inficia certo il rango spirituale, non ne esclude la prossimità divina nei paradisi del barzakh, nello stato intermedio che si trova tra la morte corporea ed il giorno della Resurrezione; sarà d’altro canto pur vero che il sangue dei martiri manifesta nella guisa esplicita e concreta di una realtà obiettiva squisitamente simbolica quale quella propria alle vicende terrene dell’esistenza dei Profeti e degli Imam, quel processo di approssimazione, di ritorno a quel Dio “a cui apparteniamo ed a cui ritorniamo” (II, 156), espresso in arabo da un dei sensi della parola “tawil” e della relativa radice consonantica, la cui significazione di “ritorno”, sia spirituale che sensibile, assume anche, se non altro in talune traduzioni in lingue occidentali, una sfumatura escatologica, come di “evento” o “realtà conclusiva”.


Ora, come dicevamo poc’anzi, il sangue dei martiri è appunto la concretizzazione simbolica di questo processo ascendente, che a partire da un’apparente negazione ed estinzione (espressa anche dalla parola “Islam” nel suo significato di “sottomissione”), procede all’integrazione finale dell’individuo umano negli stati superiori dell’essere, sino al limite dell’Increato e dell’Essenza Divina, a quel barzakh metafisico la cui compiutezza ontologica è compendiata da talune delle sfumature semantiche della radice araba “sin, lam, mim”, la stessa della parola Islam, nel suo significato di prosperità, benessere, compiutezza, pace: è lo stato limite dell’Insan al-Kamil, dell’Uomo Universale, la cui perfezione è compendiata da Muhammad (S) e manifestata dai suoi Imam, dagli “Ali Muhammad”, sui quali il Corano e gli Hadith ingiungono di invocare la benedizione divina, i suoi “prossimi” per i quali Dio ingiunge amore ed obbedienza (XXXIII, 56; XLII, 23), e che sono per noi le genti dell’ascesa e del ritorno, gli intermediari del ritorno a Dio tramite Muhammad, gli iniziatori e l’archetipo finale della realizzazione spirituale, circostanza manifestata, nella struttura squisitamente simbolica della lingua coranica, dall’identità delle consonanti radicali (alif, uau, lam) delle parole “Al” e “tawil”.


Ora, mentre nella persona del Profeta (S) le due dimensioni del “tawil” e del “tanzil”, dell’ascesa e della discesa, dell’iniziazione e della rivelazione, sono compendiate nella guisa eminente di una semplicità sostanziale, nelle persone degli altri Purissimi del pleroma muhammadico, e nei poli di santità subordinati che ne riflettono ciascuno a suo modo la luce, il singolo aspetto della realizzazione spirituale è la cornice formale che compendia ed include in sé la compiuta estensione della santità muhammadica secondo il singolo livello di partecipazione, così come il singolo nome di Dio, lungi dall’esserne separato, include in sé tutti i restanti, distinti nomi di Dio. E come ci spiega l’Imam Khomeyni nel suo commento alla Sura al-Hamd, il Profeta e gli Imam sono i nomi di Dio, giacché, come ci dice il Sacro Corano, “
a Lui appartengono i nomi più belli” (XVII, 110).


Ora, come abbiamo già detto poc’anzi, in questa costellazione di luci, riflesso muhammadico della luce supersostanziale, disposta, come recita un celebre hadith, attorno al Trono di Dio, la stazione di Husayn (A), certo, una delle più elevate, è quella del martirio. Ciò non esclude, come abbiamo or ora spiegato, il martirio quale virtù sovraeminente degli altri Imam dell’Ahlul Bayt, ma dà piuttosto un suo colore affatto particolare a tutto l’insieme delle qualificazioni spirituali che ne definiscono il pleroma. Questo carattere si riconduce alla dimensione ascendente, anagogica, iniziatica e realizzativa del tawil, e ne rappresenta il momento sacrificale, dell’estinzione cruenta, assoluta e gratuita in Dio, corrispettiva alla dimensione benefica ed espansiva della gnosi, della sapienza iniziatica. Questo singolo elemento include pertanto in sé una sostanza squisitamente sapienziale, e si riflette all’esterno nella guisa di un’azione guerriera e sacrificale, eminentemente eroica, che promanando dal suddetto carattere sacrificale, sostanzia in sé tutti gli altri aspetti esteriori, tanzilici, propri al luogo dell’effusione della sapienza increata ed alla discesa del Corano Celeste che si fissa al centro della realtà muhammadica, nel cuore del Profeta (S).


Ora d’altra parte, questo stesso elemento attuativo esteriore assume in Husayn (A) un carattere del tutto particolare. Tutti gli altri elementi ad esso connessi sono come contratti, apparentemente negati in questo moto ascendente assoluto e irresistibile, in questo ardore travolgente e vampa incontenibile del puro amore di Dio che tutto pervade, incenerisce ed annienta, affinché nulla resti alfine, come ci dice il Sacro Corano, se non lo splendore del Suo Volto (XXVIII, 88). Husayn (A), a differenza del padre ‘Ali (A) e del fratello Hasan (A), giammai fu Califfo al cospetto degli uomini, eppure egli fu, e sempre è, Califfo al cospetto di Dio. Gli orrori di Karbala nulla negano, ma tutto confermano nell’apparente negazione. In un mondo in cui il fuoco devastatore di Iblis tutto tende a corrompere ed a distruggere, sembra non ci sia più posto, dopo il momento risplendente della Profezia di Muhammad (S), per uomini come Husayn, Hasan ed ‘Ali (A), legittimi eredi di Muhammad (S) e depositari della sua Rivelazione. La potenza delle tenebre tende ad insinuarsi nella stessa comunità dei credenti, e giunge ad insediarsi sin sullo stesso seggio califfale, assumendo in tutta spudoratezza la fattezza di un despota pervertito e sanguinario quale Yazid, degno figlio di quel tanto padre che molti, troppi musulmani si ostinano tuttora ad onorare, il più delle volte in buona fede, quantunque contro ogni evidenza, come uno dei Compagni del Profeta (S).


Il luogo di Husayn (S) al cospetto del Volto Divino è dunque quello del martirio, non per togliere alcunché alla sovreminenza del sacrificio delle altre Genti della Casa, da ‘Ali sino all’XI Imam (A), il cui valore, in ragione della loro dignità spirituale, è incommensurabile; il fatto è che Husayn che combatte e muore a Karbala sulla via di Dio contro gli usurpatori dell’autorità spirituale e del potere temporale, è assieme il degno depositario della discesa muhammadica della Parola di Dio, l’iniziatore alla gnosi dei Suoi misteri, la pura contemplazione e l’amore assoluto della Sua Bellezza, è il fiore fulgido della Sua Gloria che fiorisce pur tra le nefandezze e trasfigura persino gli orrori di questo basso mondo, è il capo spirituale e la guida temporale dei credenti, Califfo e Imam, condottiero e giudice: egli è, a dispetto di tutto e di tutti, il degno discendente ed il legittimo successore del Profeta (S).



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