La dimensione gnostica di Karbala



Quando Ibn Zyad chiese con tono sprezzante a Zeinab:

Hai visto come Allah ha trattato tuo fratello e la sua famiglia?

Lei rispose:

Non ho visto che la Bellezza assoluta

Una dimensione molto importante dell’evento di Karbala trascurata da molti di noi è la sua dimensione spirituale. Gli studiosi della gnosi (‘irfan) comunque hanno riflettuto e tramandato su questa dimensione, così che noi potessimo imparare da essa e trarne beneficio. Al fine di avvicinarci a percepire tangibilmente la dimensione interiore dell’evento di Karbala, forse la rivelazione più eloquente è quella di Zeinab, la figlia dell’imam Alì, quando le venne chiesto da Ibn Zyad come Allah trattò suo fratello Husayn e la sua famiglia. È narrato che quando le venne chiesto ciò, lei rispose: “Maa ra’aytu illa jamila (non ho visto che la Bellezza assoluta)”. O Zeinab, quando noi narriamo la tragedia di Karbala non c’è altro che dolore che si sviluppa e cresce nei nostri cuori. Quale altra percezione di Karbala tu hai? Quale bellezza è tale che, mentre tu fosti capace di comprenderla, molti dei narratori del tragico evento ne furono dimentichi? Essa si palesa quando riusciamo a comprendere che oltre questa realtà materiale della pluralità e del conflitto (tazaahum) vi è una realtà dell’unità, dell’armonia, dell’amore e della bellezza, che può essere percepita solo da coloro che sono uniti spiritualmente a quella realtà. Sayyid Muhammad Husayn al-Tehrani nel suo Spirito immateriale (ruhe mujarrad) cita il suo mentore nella gnosi (‘irfan), Sayyid Haddad al-Musawi, che disse: “Ashurà è un giorno tale che, se solo una frazione ne fosse svelata ai viaggiatori spirituali e agli amanti ardenti, li porterebbe in un stato di smarrimento al di là dell’estasi estrema fino alla fine delle loro vite, e cadrebbero in uno stato di prostrazione fino al Giorno del Giudizio, fuori dalla grazia di Dio.”

Qui c’è Zeinab con un spirito elevato, e c’è Karbala con tutte le sue diverse tragedie. Mentre altri scorgono solo quello che traspare dall’apparenza, la sua penetrante visione strappò i veli di questa realtà transitoria e colse l’essenza che, secondo lei, non era altro che la Bellezza assoluta. Lei era una personalità che tangibilmente comprense e sperimentò la tradizione profetica “il Paradiso è sotto l’ombra delle spade” (al-jannatu tahta zilaal al-suyuf). Ella ha avuto la completa realizzazione dell’affermazione di suo padre: “le tragedie sono donazioni di Allah” (al-masaa’ibu minhun min Allah). 

Ci siamo mai meravigliati del perché, mentre concludiamo la sacra ziyaara di Ashurà, preghiamo Dio per le disgrazie che caddero sui guerrieri di Karbala? Noi diciamo: Allahumma laka al-hamdu hamda al-shaakirini laka ‘ala musaabihim; alhamdu lillahi ‘ala adhimi raziyyati…(“O Allah, lode su di Te, la lode di coloro che Ti ringraziano per la disgrazie che caddero su di loro (i martiri). Lode sia ad Allah, per la mia grande perdita…”).

Una delle possibili interpretazioni di questi brillanti versi è che noi preghiamo e ringraziamo Allah per aver conferito all’imam Husayn (A) e ai suoi compagni la capacità di sopportare le grandi tragedie che caddero su di loro. Un'altra interpretazione è quella di ringraziare Allah per l’essenza e la realtà di queste tragedie che, come la figlia di Alì al-Murthada (A) disse esplicitamente, non furono altro che la Bellezza assoluta. Di conseguenza, è un invito per ogni cantore di questa ziyara a prepararsi spiritualmente ad apprezzare questa realtà, al fine di essere capace di esprimerla naturalmente. Mentre indubbiamente Zeinab affrontò le avversità di questo mondo materiale e tangibilmente sentì questa realtà, il suo spirito penetrante comprese quanto fossero vittoriosi suo fratello e i valenti martiri di Karbala. Ma non si dovrebbe fraintendere e pensare che non è necessario per noi piangere e lamentarci per quello che traspare dalla pianura di Karbala. Anzi, come viene riportato nella nota Ziyarat al-Naahiya, il XII santo imam disse: “quindi ti piangerò giorno e notte, e verserò sangue invece di lacrime, a causa della mia angoscia per te e del mio dolore per tutto quello che ti accadde, fino a quando non incontrerò la morte per il dolore della catastrofe e la soffocante afflizione…”. Di fatto ci sono molte tradizioni che ci incoraggiano a piangere e a lamentarci, e così dovremmo rimuovere un tale fraintendimento dalle nostri menti. A ogni modo, ciò che è importante per noi è comprendere che, come esposto dal Corano, dalle tradizioni della Ahl al-Bayt e dalla teosofia divina, il mondo della realtà consiste in una gerarchia di esistenza, e il risultato di quello che traspare nelle realtà più basse è manifesto nelle realtà più alte. A Karbala vi erano santi che poterono comprendere ciò tangibilmente. In una delle ziyarat a loro dedicate, ci rivolgiamo a loro dicendo: “…Io testimonio che molto probabilmente Allah ha sollevato il velo per te…”. E in una tradizione l’imam Husayn (A) riporta che il Profeta (S) gli disse: “…e sicuramente sarai martirizzato là (in Karbala) insieme a un gruppo di tuoi compagni che sentiranno dolore del taglio della spada. Poi egli lesse due versi: ‘Fuoco, sìì frescura e pace per Abramo’ (XXI, 69). Allo stesso modo la guerra sarà fresca e piacevole per te e loro”.

È meraviglioso che alcune tradizioni chiaramente indichino che i martiri di Karbala accolsero calorosamente le frecce che furono lanciate contro di loro. Di nuovo, non bisogna fraintendere e pensare che i compagni amarono la morte di per se stessa. Si tratta piuttosto della loro incrollabile posizione di non sottomettersi a Yazid e al suo esercito che li portò allo stato di affrontare la morte, e quando essi la incontrarono era “più dolce del miele(1).

Nella ben nota Ziyarat Waarith troviamo espressioni a loro riferite come Ahibbaa’Allah (amanti di Dio) e Awidda’Allah (amanti perpetui di Dio). Essi furono virtualmente ebbri e intossicati del Vino dell’Amore divino. Sembra che il coppiere (saaqi) costantemente li aiuti con sorsi di Sharaaban tahura (bevanda della purezza). Il Corano parla degli intimi che “wa saqaahum Rabbuhum sharaaban tahoora” ("e il loro Signore darà loro una bevanda purissima” [LXXVI, 21]. Stando a una tradizione narrata dall’imam al-Sadiq (A) questa “bevanda purissima” è tale che “yutahhiruhum ‘an kulli shay’in ma siwa Allah” (essa li purifica da tutto ciò che è altro da Dio). Se Dio stesso è l’“intossicatore” (saqaahum Rabbuhum), quando mai l’amante tornerà allo stato normale di coscienza? Qui mi viene in mente la brillante poesia di Mulla Ahmad Narraqi contenuta nel suo capolavoro poetico Mathnawiyah Taaqdis, in cui parla del sublime stato spirituale dell’annichilazione in Dio (al-fana fi Allah):
 



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