Un Breve Studio Della Wikala Prima del Dodicesimo Imam



Dr. Jassim M. Hussain

La situazione critica apportata dal regime Abbaside costrinse gli Imam a cercare nuovi mezzi di comunicazione tra i membri della loro organizzazione. Le fonti Imamite indicano che il sesto Imam Ja’far al-Sadiq (AS) fu il primo Imam a impiegare un sistema segreto di comunicazione (al-tanzim al-sirri) tra la sua comunità1.

L’obiettivo principale della wikala era quello di raccogliere il khums, la zakat e altre donazioni per l’Imam da parte dei suoi seguaci. Sebbene la wikala possa aver portato anche ad altri tipi di attività, le fonti raramente ne fanno menzione. Al-Sadiq (AS) diresse le attività dell’organizzazione con una tale attenzione che gli Abbassidi non erano assolutamente al corrente della sua esistenza. In quanto parte della dissimulazione di precauzione (taqiyya) egli era solito chiedere ad alcuni dei suoi seguaci di portare a termine certi compiti per l’organizzazione senza che questi sapessero di essere suoi agenti. Al-Tusi riporta che Nasr Ibn Qabus al-Lakhmi lavorò per venti anni come agente di al-Sadiq (AS) senza sapere di esserlo.

L’agente più importante di al-Sadiq (AS) in Iraq era ‘Abd al-Rahman Ibn al-Hajjaj il quale tenne il suo incarico fino alla sua morte, dopo il periodo dell’ottavo Imam al-Rida (AS)2. Mu’alla Ibn Khunays fu l’agente di al-Sadiq (AS) a Medina. Nel 133 H. egli venne arrestato dagli Abbassidi e condannato a morte perché si rifiutò di svelare i nomi di alcuni propagandisti Imamiti3.

Nonostante le difficoltà affrontate dalla wikala durante i suoi primi stadi, le aree ricoperte dagli agenti e il loro addestramento durante il periodo di al-Kazim (AS) vennero intensificati. Il rito del pellegrinaggio veniva usato come mezzo di comunicazione tra agenti. L’agente di al-Kazim (AS) in Egitto era ‘Uthman Ibn ‘Isa al-Rawwasi4. Questi aveva agenti in numerosi altri posti quali Hayyan al-Sarraj a Kufa, Muhammad Ibn Abi ‘Umayr a Bagdad e Yunis Ibn Ya’qub al-Bajli a Medina5. Le tradizioni riportate da al-Mas’udi farebbero pensare che tutti gli agenti ricevessero istruzioni da ‘Abd al-Rahman Ibn al-Hajjaj, il quale viveva a Bagdad6.

Gli agenti subirono un’ulteriore campagna di arresti nel 179 H. con l’ascesa al potere del califfo Harun al-Rashid. Egli causò un notevole danno all’organizzazione Imamita. L’agente in Bagdad, Muhammad Ibn Abi ‘Umayr, venne arrestato e torturato nell’inutile speranza che questi rivelasse i nomi e le locazioni dei seguaci di al-Kazim (AS) mentre sua sorella venne imprigionata per quattro anni7. Un altro agente, ‘Ali Ibn Yaqtin, il quale era solito inviare soldi e lettere all’Imam attraverso Isma’il Ibn Salam, fu anch’esso arrestato e trascorse il resto della sua vita in prigione8. Secondo le fonti Imamite la campagna di arresti condusse all’arresto di al-Kazim (AS) stesso ed alla sua susseguente morte in prigione9. Ben altri sessanta ‘Alidi morirono sotto tortura nelle prigioni Abbassidi10.
Dopo la morte di al-Kazim (AS) i membri dell’organizzazione Imamita dovettero affrontare un dibattito teologico e politico sulla questione del “al-Qa’im al-Mahdi” e della sua occultazione. Gli agenti di al-Kazim (AS), quali al-Rawwasi in Egitto, Ziyad al-Kindi a Bagdad, ‘Ali Ibn Abi Hamza e Hayyan al-Sarraj a Kufa, e al-Hasan Ibn Qayama a Wasit, erano tra coloro che avevano ricevuto molte tradizioni attribuite ad al-Sadiq (AS) riguardo “al-Qa’im al-Mahdi” e alla sua occultazione ma queste tradizioni non dichiaravano esplicitamente la sua identità
11 .

Per questa ragione essi ebbero modo di applicare queste tradizioni al settimo Imam, al-Kazim (AS), negando la sua morte e affermando che fosse in stato di occultazione12. Di conseguenza essi rinnegarono l’Imamato di suo figlio al-Rida (AS) e formarono un nuovo gruppo noto come “waqifiyya”, utilizzando il denaro che avevano raccolto dall’organizzazione Imamita per i propri fini. Al-Rida (AS) perse un numero considerevole di agenti addestrati e più di 100.000 dinari13. Tra gli anni 183 H. e 202 H. l’Imam al-Rida (AS) risolse questo problema, almeno parzialmente, chiarendo ai membri della waqifiyya la vera natura di “al-Qa’im al-Mahdi” come trasmessa dall’autorità degli Imam precedenti. Secondo al-Kashshi egli fu in grado di persuadere alcuni membri della waqifiyya, come al-Rawwasi e i suoi seguaci, a riconoscere il suo Imamato14.
Nel frattempo il ruolo della wikala venne esteso onde far fronte ai nuovi bisogni dell’organizzazione. Gli agenti di al-Rida (AS) erano ‘Abd al-Aziz Ibn al-Muhtadi a Qum
15, Safwan Ibn Yahya a Kufa16, ‘Abd Allah Ibn Jandab e ‘Abd al-Rahman Ibn al-Hajjaj a Bagdad17. Assieme ad altri ottanta agenti, ‘Abd al-Rahman Ibn al-Hajjaj era alla guida dell’organizzazione durante il periodo del nono Imam al-Jawad (AS)18 il quale ottenne notevoli successi nel proteggere l’organizzazione da nuovi scismi. Le tattiche dei suoi agenti si svilupparono inoltre anche verso nuove direzioni, in particolare nella sfera della taqiyya, la quale permise ad alcuni dei suoi compagni di partecipare nell’amministrazione e nell’esercito Abbasside19.

Durante il lungo Imamato del decimo Imam al-Hadi (AS) (220 H.- 254 H.) emersero nuove correnti tra gli Imamiti a motivo delle circostanze storiche, correnti che giocheranno un ruolo assai pericoloso durante il primo periodo del dodicesimo Imam.
Il califfo al-Mutawakkil eseguì la stessa politica del califfo al-Ma’mun il quale aveva messo sotto stretta sorveglianza al-Rida (AS) e al-Jawad (AS) affinché i contatti con i loro seguaci venissero controllati il più possibile. Al-Mutawakkil fece lo stesso con al-Hadi (AS). Nel 233 H. lo fece trasferire da Medina a Samara laddove trascorse il resto della sua vita
20.

L’assenza di un contatto diretto tra l’Imam e i suoi seguaci accrebbe il ruolo religioso e politico della wikala e quindi gli agenti dell’Imam guadagnarono maggiore autorità nella gestione degli affari dell’organizzazione. Gradualmente la guida della wikala divenne la sola autorità che poteva determinare e provare la legittimità del nuovo Imam. Già l’Imam Jawad (AS) aveva consegnato il suo testamento riguardante la sua successione al capo degli agenti Muhammad Ibn al-Faraj, dicendogli che nel caso fosse morto avrebbe dovuto prendere gli ordini da al-Hadi (AS)21.



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