La liceità del Tawassul all'interno delle scuole islamiche



Uno degli argomenti che, in ispecie dopo la nascita del movimento wahabita ispirato dalle teorie di Ibn Taymiyyah, ha causato discordia e divisione nella comunità Islamica è stato certamente quello inerente al tawassul e cioè l’intermediazione del Messaggero di Dio (S), della sua Ahl al-Bayt o di altre figure nobili e religiose al fine di avvicinarsi a Dio. In realtà si tratta di una divergenza presente sin da tempi abbastanza remoti ma che non ebbe mai ottenuto nessuna popolarità, al contrario invece di quanto successe dopo l’ascesa al potere del movimento filo-saudita di ‘Abdul-Wahab nell’Hijaz durante l’Ottocento.

Il tawassul viene esplicitamente menzionato nel sacro Corano nel versetto seguente: “Oh voi che credete! Temete Dio e cercate un’intermediazione [wasilah] verso di Lui” (5:35). Il significato di “wasilah”, da cui se ne ricava la pratica del tawassul, indica un mezzo attraverso il quale si raggiunge un determinato obiettivo.

Tutti i primi giuristi musulmani, all’infuori di Abu Hanifah, erano unanimi sulla liceità del tawassul attraverso il Messaggero di Dio (S). Una volta il califfo Abbaside Mansur al-Dawaniqi chiese all’Imam Malik se fosse lecito voltarsi verso la tomba del nobile Profeta (S) durante le invocazioni o se, invece, la direzione da mantenere dovesse necessariamente essere quella della qiblah. L’Imam Malik disse: “Perché vorresti voltare le spalle al Profeta quando egli è la tua wasilah e quella di tuo padre Adamo per raggiungere Dio il Giorno della Resurrezione. Volgiti verso di lui e chiedi la sua intercessione [shafa’ah](1). Anche al-Nawawi ha detto: “Il pellegrino deve voltarsi verso la tomba del Messaggero di Dio e rendergli una wasilah per raggiungere Dio”. (2)

Il sapiente hanbalita Ibn Qudama scrive nella sua opera intitolata “al-Mughni”: “State in piedi accanto alla tomba del Profeta e dite:- Sono giunto a te per farmi perdonare i peccati e per cercare la tua intercessione presso Dio-”.(3)

Il sapiente shafi’ita al-Ghazzali afferma: “Il Profeta deve essere considerato un’intermediazione (wasilah) e un intercessore (shafi’). Si deve volgere il volto verso la sua tomba e implorare Dio per amore della elevata posizione del Profeta”. (4)

L’unica eccezione risale ad Abu Hanifah. Abu Yusuf, uno dei suoi studenti, riporta dal suo insegnante detti dove si afferma la proibizione di invocare altri all’infuori di Dio a motivo del seguente versetto coranico: “A Dio appartengono i nomi più belli quindi invocaLo con essi” (7:180). Abu Hanifah e i suoi due studenti più prominenti, Abu Yusuf e Muhammad al-Shaybani, ritenevano quindi che le creature di Dio non avessero alcun diritto di cercare l’intermediazione del Messaggero di Dio poiché è Dio stesso a conferire la misericordia a chi Egli vuole.

Negli scritti del primo periodo hanafita non troviamo nessun accenno alla liceità del tawassul del Profeta (S) all’infuori dell’opinione di Ibn ‘Abidin il quale afferma che le creature di Dio non hanno alcun diritto sul Creatore ma è il Creatore stesso che conferisce il diritto di intercessione all’umanità. In base a questo criterio, egli cita una tradizione che include la seguente invocazione: “Allahumma inni asaluka bi-haqqi al-sa’ilina ‘alayka” (Oh mio Dio! Ti supplico per il diritto che hanno coloro che Ti implorano!). (5)

I giuristi hanafiti del tardo periodo, comunque, hanno ritenuto lecita la pratica del tawassul del Messaggero di Dio. Nell’Ottocento avrà poi origine il movimento Deobandi in India, che si diffonderà soprattutto in Afghanistan, il quale sosterrà l’originale idea hanafita. In ogni caso la maggioranza del tardo mondo hanafita ha accettato la dottrina del tawassul come presentata dalla maggioranza della comunità Islamica.

Tra i tardi sapienti hanafiti che hanno permesso la pratica tradizionale del tawassul vi è Alusi al-Baghdadi il quale riteneva lecito praticare il tawassul attraverso la nobile posizione del Messaggero di Dio. Egli poi aggiunge che anche cercare la wasilah di un’altra persona che non sia il Profeta (S) è cosa lecita. (6) A tal riguardo, il sapiente indiano Shaykh Khalil Ahmad Saharanpuri nell’opera “al-Muhannad ‘ala al-Mufannid” raccolse le fatawa (opinioni giuridiche) di settantacinque sapienti sunniti di varia provenienza sulla liceità del tawassul. Egli cita poi il seguente esempio di come poter invocare Dio: “Allahumma inni atawassalu ilayka bi-Fulan an tujiba da’wati wa taqdhia hajati” (O mio Dio! Cerco l’intercessione verso di Te attraverso … (qui si dica il nome della persona attraverso la quale si cerca l‘intercessione). Accetta dunque la mia richiesta e soddisfa il mio bisogno). (7)

Secondo l’opinione dei sapienti sciiti non vi sono dubbi, né divergenze di opinione, riguardo a questo argomento. Essi affermano che la “wasilah” rappresenta la fede, l’amore e l’obbedienza riposti nei confronti di Dio stesso. ‘Allamah Tabataba’i, nella sua esegesi “al-Mizan fi tafsir al-Qur’an” afferma che il versetto “e cercate una wasilah verso di Lui” conferma la realtà dell’adorazione e significa sottomettersi a Dio e implorarLo attraverso la conoscenza e la pratica necessarie per questo tipo di connessione. (8) Egli cita poi una tradizione dal “Tafsir” di ‘Ali Ibn Ibrahim al-Qommi dove si dice che la wasilah citata nel versetto si riferisce alla prossimità divina che viene raggiunta attraverso gli Imam infallibili. Ciò, egli afferma, si riferisce all’obbedienza che deve essere riposta nei confronti degli Imam e all’accettazione della via da loro indicata al fine di raggiungere Dio. (9)



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