Tra due mondi



E’ inevitabile che quando un osservatore si avvicina troppo all’oggetto che sta osservando, il suo sguardo diviene del tutto incapace di coglierne le fattezze e quel che aveva davanti finisce con lo sfuggirgli, per ridursi ad un cumulo di dettagli incoerenti. Tutto si sottrae alla vista, la forma totale eccede il ristretto campo visivo, ed i particolari appaiono sfuocati e confusi: unico rimedio a questi inconvenienti è la lontananza. Solo chi prende opportunamente le distanze sarà in grado d’acquisire un’immagine esauriente della struttura e dei particolari di quel che si ritrova davanti agli occhi, se prima quel che era vicino gli sembrava remoto, ora quel che è distante gli appare vicino; solo così ci si potrà avvicinarsi all’oggetto senza che esso sfugga alla comprensione. 

A nostro avviso, la difficoltà principale che s’impone ad un occidentale moderno nei confronti dell’Islam, va fatta risalire ad un’analoga disposizione. Di una realtà siffatta, tutto sembra sfuggirgli: figura, articolazione, dettagli, tutto gli si ritrae in una caligine confusa, in un’informe coalescenza che gli dà l’impressione d’avere a che fare con alcunché d’assai remoto nel tempo e nello spazio. Con ciò costui non s’avvede che questa lontananza è d’ordine meramente percettivo, ed è dovuta all’incapacità di coglierne la sostanziale prossimità di un oggetto che nulla ha d’accidentale. Stando così le cose, la pretesa di rimproverare all’Islam una presunta caratterizzazione premoderna, in senso meramente storico, è veramente ridicola. Assolutamente grottesche sono tutte le conseguenti prese di posizione moraleggianti ed i veri e propri sproloqui isterici sui vari “oscurantismi” ed “integralismi”. E che dire di chi s’affanna a vaneggiare di una presunta lontananza geografica, culturale, razziale? L’Islam sarebbe proprio d’altri climi, d’altre stirpi, d’altre indoli? Nulla di più assurdo! Tutte queste affermazioni, assolutamente gratuite, nulla hanno a che vedere con l’essenza autentica dell’universo musulmano, fondato sulla sottomissione al Dio Unico, e non su di una qualsivoglia contingenza spaziale, o temporale, o umana. Non è certo in questo modo che si riuscirà a comprenderne qualcosa.

Ora, tutto quello di cui s’è detto compete sì all’Islam, ma soltanto in via consequenziale ed accessoria, alla stregua di un insieme di accidenti esteriori che nulla hanno a che vedere con quanto gli è intrinsecamente necessario. E le cose non potrebbero stare altrimenti. Quello di cui l’occidentale moderno non si rende conto in questo suo approccio, è che la realtà autentica dell’Islam gli è incomparabilmente vicina. Si tratta di una vicinanza che è lecito definire assoluta, in quanto concerne l’intimo stesso della sua natura propria, della sua essenza innata. Sennonché, quel che contraddistingue questo tipo d’essere umano è l’assurda ed innaturale distanza proprio dalla sua essenza, dal suo stesso sé. Ciò lo induce a commettere un simile errore di prospettiva, col fargli credere che quel che gli compete intimamente gli sia invece abissalmente lontano. L’Islam nulla ha a che vedere con differenze storiche, geografiche, etniche. La stessa pretesa di contrapporgli la cultura occidentale è del tutto priva di senso, giacché nessun contenuto di verità può essergli contrario; e quanto poi alle concrezioni ideologiche di questa medesima cultura, ed a quella  pseudo intellettualità a sfondo psichico ed emotivo che va di pari passo con i suoi più disgustosi prodotti subumani, non vale proprio la pena spendere parole.

Quando, d’altra parte, in un siffatto contesto si parla di natura, deve essere evidente come non ci si riferisca a nessuno dei naturalismi moderni. Un’accezione siffatta sarebbe completamente abusiva. E ciò risulta ovvio, laddove s’abbia ben presente come un ente finito qualsivoglia non abbia nessun senso di per sé stesso, ma sia debitore della sua essenza e della sua esistenza ad un Essere Trascendente Infinito. Sia le singole nature individuali che la loro connessione globale debbono fare riferimento ad una Suprema Sapienza Ordinatrice, e ad una legge che da Essa promani. In particolare, la persona umana considerata nella sua sostanza intellettuale oltre che corporale, con le sue potenze d’intelligenza e volontà che fanno dell’uomo il Vicario dell’Altissimo su questa terra, farà anch’esso riferimento al Supremo Principio dell’essere, al Dio Unico. Questi è non soltanto la sua causa efficiente, ma anche la sua causa finale, meta ultima della sua esistenza. Nella Sua prossimità, al termine del Retto Sentiero di cui ci parla il Sacro Corano, l’individuo umano perverrà all’espletamento di tutte le sue legittime aspirazioni.

La subordinazione alla Suprema Sapienza Creatrice implica pertanto, come sua conseguenza necessaria, l’esistenza di tutta un’articolazione, di un ordine, di un’armonia, di una legge universale di bellezza e perfezione. Tutto questo, vale la pena ripeterlo, compete all’insieme degli enti finiti nella sua compiuta estensione, ed in particolare modo all’uomo, per il quale, a differenza che per le altre creature, una sottomissione siffatta può essere frutto del libero atto della volontà conforme a conoscenza. Questa sottomissione, questo uniformarsi alla legge intrinseca della propria natura scaturente dal rapporto con l’Infinità Divina, altro non è che l’Islam, che nella sua qualità di legge fisica e metafisica formativa di ogni ordine di realtà, include in modo eminente l’ambito della libertà umana. Essa è pertanto “sostanza angelica che in quanto tale si identifica col messaggio, ed in quanto tale deve estrinsecarsi, passando di livello in livello sino a raggiungere forma di parole” (Imam Khomeyni, “Commento alla Sura della Lode”).

Questo è il senso dell’Islam e della sua legge. Esso non si riduce ad una serie di prescrizioni estrinseche e coattive volte a limitare la libertà (o non piuttosto l’arbitrio?) dell’individuo umano. Si tratta piuttosto dell’insieme perfetto di ciò che, concernendone l’essenza stessa, ne garantisce ai vari livelli la compiuta attuazione mondana e sovramondana. Legge di giustizia in senso eminente, esso si pone a fondamento dell’articolazione armoniosa di tutti i distinti, secondo la retta norma del radicamento essenziale e metafisico d’ogni realtà. Procedendo pertanto dal dominio intimo e sublime della Sapienza, manifestatesi su questa terra negli Inviati di Dio,la pace su tutti loro, l’Islam perviene a dar forma a tutti gli aspetti della vita umana, sia individuale che collettiva, ivi inclusi quelli propri del dominio politico e sociale, e della relativa legislazione.

Stando così le cose, per tornare al punto dove queste considerazioni avevano avuto inizio, all’uomo occidentale, al fine di pervenire ad una percezione corretta di una realtà siffatta e ad un atteggiamento sensato nei suoi confronti, altra alternativa non resta se non quella di prendere atto di questa sostanziale prossimità e dell’illusione della sua estraneità alla sua stessa natura propria.

Questo significa, conformemente alla metafora della potenza visiva dinanzi introdotta, che solamente nella piena consapevolezza di quanto sia innaturale ed inconsistente la lontananza da quanto gli è di più intimo ed essenziale, gli sarà dato di ravvisare nell’Islam la legge di Dio che è legge di natura, regola intrinseca della compiuta estensione di ogni piano dell’essere. Si tratta di fare un passo indietro per farne molti in avanti. Soltanto così, discostandosi a suo modo da quello da cui non gli è dato di discostarsi se non negandosi, egli avrà modo di porsi sul limite che divide i due mondi, il Dar al Harb e il Dar al Islam, il mondo del disordine, dell’illusione e dell’errore, che lo precipita nell’abisso del nulla, ed il dominio luminoso della legge d’armonia e di bellezza traentesi dal Superno Splendore.

E’ questo il frutto della piena evidenza della nullità sostanziale del suo stato e della duplice distanza che lo separa dall’origine del suo essere e termine della sua destinazione, da Dio come principio della sua essenza, e dalla sua essenza come fondamento d’ogni sua autentica effettualità. Per conformarsi concretamente ad una legge siffatta altro non gli rimane che l’atto di volontà interiore ed esteriore, il volere conforme a conoscenza ed il comportamento conforme al volere, con cui conseguire quell’Islam, quella sottomissione al Dio Unico in tutti gli aspetti del suo essere, avente al culmine delle proprie stazioni l’elevazione della libertà ineffabile della prossimità Divina.

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