Interiorismo ed esteriorismo



Ruhollah Arcadi

Di quando in quando, le circostanze storiche tornano ad agitare la vexata qaestio del rapporto tra interiorità ed esteriorità nella religione, ed oggigiorno più che mai, sull’onda dei ben noti, tragici eventi, la ripropongono nei riguardi dell’Islam. In questi nostri tempi ancor più che in passato, seguendo il flutto di piena del laicismo imperante, frutto dei più velenosi del modernismo occidentale, si tende a propalare e a propinare l’idea che la religione, avendo per fine la prossimità divina, dovrebbe per ciò stesso estraniarsi dagli eventi di questo basso mondo, per ridursi alla sfera individuale, privata, al preteso foro spirituale e interiore, in un’indifferenza pressoché completa (o presunta tale) alle vicende contingenti. All’altra estremità, errore opposto e complementare, quello della riduzione alla rigida ed esanime esteriorità degli atti d’adorazione, a prescindere da ogni loro dimensione superiore e risonanza nel profondo, proclamate o inesistenti o inattingibili; o di un’immersione completa, per non dire suicidio, negli eventi mondani, nel segno di un esteriorismo altrimenti conformato, che tutto subordina al conseguimento di obiettivi contingenti, seppur collettivi, d’ordine economico, politico, sociale.

La prima di queste due posizioni estreme giunge a proclamare illecito ogni coinvolgimento negli eventi della realtà effettuale che ci circonda, fatto salvo quanto appaia immediatamente correlato al conseguimento dei fini supremi, o alla sfera dell’immediatezza corporea del singolo individuo, elementi peraltro ineludibili, a dispetto d’ogni interiorismo, quando non s’abbia la pretesa d’avere a che fare con pure entità spirituali; e fatto salvo il lasciarsi trascinare dalla corrente melmosa di un ecumenismo insulso e del tutto privo di luce, del tutto avulso da prospettive trascendenti, ed indifferente, al di là dei soliti luoghi comuni, ad ogni contenuto di verità.

In particolare, l’obiettivo preferito delle critiche corrosive, e sovente del vero e proprio livore di siffatti ambienti interioristi, è il dominio collettivo, elemento peraltro ineludibile dell’umana natura; ed ogni movimento politico di liberazione, ogni militanza in tal senso, ogni tentativo d’opporsi e sottrarsi all’oppressione trionfante, non sarebbero, contro lo stesso imperativo coranico (4:75) altro che suggestioni diaboliche, atte a distogliere l’individuo umano dal fine trascendente che gli è proprio, per farlo risucchiare inesorabilmente nel vortice della molteplicità e della separazione: quasi che l’uomo ordinario non fosse già di per sé stesso sufficientemente coinvolto nella molteplicità e nella separazione!

Detta posizione si avvale talora del pretesto del presunto ritorno alle origini, ritagliate queste ultime su misura, con un’evidente petizione di principio, sulla tesi che si vuole difendere e far valere. In palese contraddizione con la velleità di astrarre dalle vicende contingenti, si proietta in un luogo storico l’immaginario modello della pretesa purezza interiore, confondendo gli assunti arbitrari dell’ideologia interiorista con la completezza iniziale. La quale non è certo in contrasto, al di là di tutte le deviazioni e mutilazioni, con le vicende successive, le quali non fanno che sviluppare in definitiva quelle che sono all’origine, se non altro nel dominio contingente, virtualità la cui attuazione consentirà d’avere ragione dei vari e nuovi ostacoli frapposti dalle circostanze storiche all’inveramento dei dettami del magistero profetico ed imamico.

Purezza iniziale che al contrario comprende in sé sia il dominio della realizzazione spirituale che quello della realtà effettuale, questo nella sua completezza virtuale, quello nella sua compiutezza attuale: il Profeta (S) e gli Imam (as)  nella loro natura spirituale, ed i sensi profondi del Libro Sacro sono l’estremo superiore dei livelli di perfezione attingibili, perfezione attuata ab aeterno nella prossimità ed intimità divina dalla luce superna dei Puri (mutahharun) scevri da macchia e da errore, e dal “Libro Celato” (maknun) a cui essi hanno accesso (42: 41-42); laddove invece l’esteriorità della loro effettualità umana, così come delle loro realizzazioni d’ordine collettivo, ed i sensi esteriori del Libro, sono le perfezioni concrete cui ineriscono le virtualità d’ogni successiva realizzazione in rapporto alle vicende contingenti.

Siamo qui, quanto all’assunzione degli interioristi, di fronte ad una evidente mutilazione: un Islam integrale originario viene mutilato da una pretesa opera di “purificazione”, e ridotto ad “Islam interiore”, ad un Islam al quale non ineriscono più le virtualità archetipiche, da ricondursi al duplice dominio della luce mohammadica e della sua concretizzazione e personificazione storica.

Di pari passo con simili elucubrazioni va l’aberrante mito dissociativo della “religione perduta”. Prodotto evidente di ambienti strettamente legati al laicismo occidentale, esso finisce col giustificare quest’ultimo per via indiretta, con la pretesa che la pura tradizione imamica, del tutto estranea alle realizzazione nell’ordine contingente, sarebbe andata irrimediabilmente perduta, e sostituita da una sua contraffazione giuridico-politica, in cui la lettera avrebbe ucciso lo spirito, l’originario contenuto esoterico; tutto questo nella pretesa di ridare vita, con metodi parimenti discutibili, mutuati dall’armamentario d’erudizione accademica proprio all’empirismo filologico della moderna “scienza delle religioni”, al nucleo interiore, spirituale, metafisico, e cioè alla realtà stessa della tradizione imamica; quasi che questa non abbia sempre avuto anche una dimensione effettuale ed esteriore, giuridica e collettiva; quasi che la dimensione esoterica e metafisica non sia di per sé inattingibile tramite strumenti formali, celandosi dietro le forme senza essere da esse separata, pur nella sua trascendenza; quasi che essa non sia conseguibile per il tramite della loro virtualità anagogica, grazie a quello che è il mistero stesso della presenza della trascendenza creata e increata nelle forme sensibili, che fa sì che essa le presupponga come primo elemento, come primo gradino dell’ascesa, imprescindibile e necessario, almeno in condizioni normali, ma tutt’altro che sufficiente, fatto salvo l’intervento della grazia e dell’onnipotenza divina, che “ha potere su tutte le cose”.

Entra qui peraltro in gioco una concezione tutta particolare dell’occultamento del 12° Imam (aj), legata a concezioni di tipo gnostico-manicheo-paolino, tendenti a svalutare del tutto ogni virtualità anagogica e simbolica del mondo sensibile: l’occultamento maggiore dell’Imam Mahdi (aj) si sarebbe portato dietro, a dire di costoro, la Rivelazione stessa, senza lasciarsi dietro nulla, in evidente contrasto con l’assunto coranico, e prescindendo dal fatto che al contrario l’occultamento fa sempre riferimento ad un elemento concreto tangibile, coinvolgendone la percettibilità e non l’effettualità, elemento concreto tangibile che è anzi a sua volta, sempre nel dominio sensibile, il garante della Rivelazione.

Tutto questo significa che sono le stazioni superiori della sapienza e della realizzazione imamica, più che i loro livelli immediati, a diventare sempre più difficilmente conseguibili, quantunque già lo fossero anche alle origini (si rammenti il celebre hadith di Salman ed Abu Dharr); ma quantunque l’Imam Occulto (aj) non conceda la sua gnosi se non ad una ristrettissima cerchia di eletti, a cui si manifesta tangibilmente, ciò non toglie che egli assicuri provvidenzialmente la sua guida a tutta la comunità, ai singoli come al corpo collettivo, e che di questa guida la sua sussistenza sensibile, quantunque non percepita, sia la garanzia ontologica e operativa, e quest’ultima tanto dal punto di vista dell’efficacia simbolica “ex opere operato” propria alle realtà sacre, che dall’intervento diretto, seppur nascosto, dell’Imam Mahdi (aj) nelle vicende della nostra vita.



1 2 next